Je suis l’autre. Giacometti, Picasso e gli altri - Il Primitivismo nella scultura del Novecento

Fino al 20 gennaio
61 giorni rimanenti

"Un’arte rivelatrice di tensioni e bisogni profondi dell’individuo, in grado di entrare senza paura nel mondo del mito e nella sfera dell’utopia, anche quella politica"

Je suis l’autre. Giacometti, Picasso e gli altri. Il primitivismo nella scultura del Novecento presenta al pubblico ottanta opere, tra sculture di grandi maestri del Novecento e capolavori di arte etnica.
La mostra a cura di Francesco Paolo Campione con Maria Grazia Messina è concepita come un viaggio all’interno di aree tematiche, che corrispondono ai principali caratteri dell’esplorazione interiore che accomunò gli artisti del Novecento all’arte delle culture da cui presero spunto.
La mostra -promossa dal Museo Nazionale Romano, diretto da Daniela Porro, e dal Museo delle Culture di Lugano con Electa- è allestita nelle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano. Il progetto conferma la vocazione di questi monumentali spazi ad accogliere grandi mostre di arte moderna e contemporanea.
Alla fine dell’Ottocento, l’irruzione sulla scena mondiale delle culture non- occidentali, produsse, nel campo delle arti, una vera rivoluzione: si estese l’universo delle fonti per gli artisti e crebbe il desiderio di oltrepassare visioni e schemi che il realismo europeo aveva ereditato da quattro secoli di riflessione estetica. Fu un «incontro fatale» che, lungi dal creare una frattura creativa, generò una feconda apertura culturale e la prima vera convergenza del mondo nell’arte.
Particolarmente sovversiva, più feconda e più duratura fu la relazione con le arti etniche e popolari, i cui linguaggi, soltanto apparentemente ingenui, furono capaci di comunicare senza mediazione il rapporto dell’umano con il divino e il soprannaturale.

Un’arte rivelatrice di tensioni e bisogni profondi dell’individuo, in grado di entrare senza paura nel mondo del mito e nella sfera dell’utopia, anche quella politica. Furono almeno tre intere generazioni di artisti, che vi aderirono soprattutto in virtù di un percorso di ricerca personale.
Nel volgere di pochi decenni gli aspetti esteriori delle cose furono così travolti dall’irruzione d’inusitati generi d’arte, che non soltanto schematizzavano o deformavano i corpi, sino a renderli irriconoscibili, ma che - componendo insiemi prima ignoti - andavano in qualche modo autonomamente in cerca del proprio significato.
La scultura della prima metà del Novecento dovette combattere tenacemente per affermare che la fedeltà all’apparenza non poteva essere più considerata a priori la misura dell’arte. Sculture che, liberatesi definitivamente da ogni inibizione ideologica, incarnavano entità che cercavano un loro proprio principio di giustificazione. Fu un tormento che trovò nella materia stessa il suo fondamento primario e, al contempo, fu una liberazione che affrancò per sempre la scultura occidentale dal conformismo della fisionomia.


Foto in copertina:
1. ©_ELECTA_ph A.Serrau
2. Mbulu ngulu, Africa Centrale. Lugano, Collezione privata;
Scultura raffigurante un’antenata, Oceania. © 2018 Museo delle Culture, Lugano;
Maestro di Ogol. Nommo. Africa. Zurigo, Museum Rietberg.
3. Pablo Picasso, Visage, 1961. Saporetti Immagini d’Arte Snc © Succession Picasso,
by SIAE 2018;
Ernst Ludwig Kirchner, Hockende Frau (Donna accoccolata), 1910 ca. © Kirchner
Museum Davos, Stephan Bösch;
Jean Arp, Poupée borgne, 1964. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e
Contemporanea.




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